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I blog? Per gli adolescenti americani sono già morti

I blog hanno solo 10 anni – i primi "diari online" del genere hanno cominciato a comparire nel 1999 – e sono già vecchi. A decretarne il declino è uno studio del Pew Internet and American Life Project sui ragazzi americani tra i 12 e i 17 anni. Il "blogging" è un’attività che attira oggi solo il 14% dei ragazzi, che ritengono troppo lento e macchinoso il processo necessario a scrivere un post su un blog (come quello che state leggendo in questo momento).

Le loro preferenze vanno invece ai social networks, e a tutte le opportunità offerte dall’andare online tramite la telefonia mobile. Facebook e messaggi istantanei dominano ora la vita degli adolescenti: cresce quindi una generazione che non ritiene superati solo i giornali cartacei, ma anche l’email e i blog.

La tendenza in corso, secondo il Pew, è quella del passaggio dal "macro-blogging" al "micro-blogging", cioè dalla scrittura di testi che richiedono quantomeno un po’ di tempo di elaborazione, alla preferenza per il continuo "update" dello status.

"La possibilità di poter ‘aggiornare continuamento il proprio status – commenta Amanda Lenhart, ricercatrice del Pew – in qualche modo sta succhiando via la vita da forme di blogging più lunghe ed elaborate".

Le massime sul giornalismo 2.0

C’è anche chi ha il tempo e la voglia di mettersi a fare una classifica ragionata e commentata delle frasi più usate del momento nel settore dell’innovazione nel giornalismo. Mark Coddington ha stilato un elenco delle "massime" di saggezza che vanno per la maggiore nel mondo delle news americano. La lettura può essere istruttiva…

Ecco qualche frase-cult, liberamente tradotta (per approfondirne il significato e scoprirne gli autori, cliccate qui):

"Fai quel che sai fare meglio, e fai un link a tutto il resto"

"L’informazione vuole essere libera"

"Se la notizia è importante, sarà lei a venire a trovarmi"

"I nostri lettori ne sanno più di noi"

"La trasparenza è la nuova obiettività"

Tutto iPad in un video

iPad, gli editori ci scommettono

Da La Stampa:

Un nuovo modello di business per l’editoria che permetta a libri e giornali di adeguarsi agli scenari dell’era digitale: è la prospettiva che i grandi media americani intravedono dietro «iPad» e che ha spinto molti di loro a bussare alla porta di Steve Jobs.

Il «New York Times» ha battuto la concorrenza sul tempo e mandato a San Francisco il vicepresidente Martin Niesenholtz a presentare, a sorpresa, una versione del quotidiano pensata per l’ultimo gioiello della Apple: «Siamo entusiasti di essere i pionieri della prossima generazione del giornalismo digitale», ha esclamato sul palco. Gruppi come Condé Nast, Hachette, Hearst e Time hanno inviato ambasciatori a Cupertino e hanno già stretto patti commerciali con Jobs. «Il 2010 sarà l’anno della tavoletta e noi siamo pronti», ha detto Thomas J.Wallace, direttore editoriale di Condé Nast.

La speranza del mondo editoriale è di aver trovato nel «modello Apple» un’alternativa al «modello Google». I precedenti di iPod e iPhone, che hanno trasformato (qualcuno dice salvato) l’industria della musica, fanno ritenere ai colossi dei media che Jobs abbia trovato una soluzione alla crisi dell’editoria senza sconvolgere il settore. Al contrario dell’«avversario» Google che limita il controllo degli editori sui contenuti, diffondendoli gratuitamente in rete, oltre a quello sulla pubblicità.

Gli 1,4 miliardi di dollari di profitti che gli analisti prevedono di veder arrivare nel 2010 per i prodotti Apple, sembrano il segno tangibile che Jobs abbia imboccato ancora una volta una strada vincente. Le opportunità che si aprono con iPad non riguardano solo i giornali, ma anche il mondo dei libri. E su questo fronte negli Usa si profila un’epica battaglia tra Apple e Amazon.

Secondo il «Wall Street Journal», fino a poche ore prima della presentazione, sono proseguite trattative tra le case editrici e la società di Cupertino su prezzi e modalità di diffusione dei futuri libri elettronici. Apple avrebbe chiesto agli editori di fissare prezzi per gli ebook compresi in una fascia fissa tra 12.99 e 14.99 dollari, promettendo di incassare dalle vendite tramite iPad solo il 30 per cento dei profitti.

Amazon, con il suo lettore «Kindle», vende gran parte dei libri a 9,99 dollari e si tiene una larga fetta delle entrate. Il punto più critico della trattativa sarebbe, non a caso, la scelta tra le due piattaforme: Kindle o iPad. Un’alternativa che rischia di scatenare uno scontro tra titani. E contribuisce ad alimentare inquietudini che, nonostante gli entusiasmi per la tavoletta, comunque serpeggiano nel mondo dei media: dopo la musica, Steve Jobs si appresta infatti a diventare una potenza planetaria anche nel campo delle news e dei romanzi.

Il giorno dello “Steve Jobs Show”

Il mio articolo oggi su La Stampa (di carta e digitale), in occasione del lancio del tablet Apple:

David Blaine, l’illusionista capace di tenere intere platee con il fiato sospeso, lo ritiene un maestro nell’arte di creare l’attesa e stupire il pubblico. Barack Obama, uno arrivato alla Casa Bianca con il team politico più disciplinato che si ricordi, gli invidia la capacità di vincolare al segreto 35.000 dipendenti come fossero agenti della Cia. Quando si tratta di suscitare aspettative su un prodotto e svelarlo d’un tratto con clamore planetario, nessuno batte Steve Jobs. Una magia che si ripeterà di nuovo oggi a San Francisco, quando il fondatore della Apple farà cadere i veli – con qualche elegante gesto di teatro – sull’oggetto più discusso eppure più misterioso degli ultimi tempi: la «tavoletta» digitale che si candida a diventare da domani il gadget di cui non si può più fare a meno.

Ma non c’è illusionismo, non ci sono arti oscure dietro la capacità del guru di Cupertino (California) di mantenere il riserbo e alimentare un clima di suspense sui suoi prodotti. La «formula Apple» è invece un mix unico al mondo. Gli ingredienti sono una cultura aziendale all’insegna del controllo assoluto del messaggio, un’aura di invincibilità alimentata da successi come iPod e iPhone, una strategia di «soffiate» mirate. E anche un pizzico di paranoia. È così che in questi mesi, mentre si inseguivano le illazioni, Apple è riuscita a non dire una sola parola su cosa Jobs presenta oggi, limitandosi a spedire inviti coloratissimi per entrare allo Yerba Buena Center, con la sola scritta: «Vieni a vedere la nostra ultima creazione».

Il momento della «rivelazione» sarà anche stavolta l’epilogo di un processo ben collaudato. La fase dello sviluppo tecnologico avviene in uno scenario da laboratorio nucleare. Chi lavora a progetti top secret a Cupertino deve passare porte blindate, strisciare pass magnetici in una serie di lettori, superare accessi protetti da tastiere con codice numerico. Telecamere di sicurezza riprendono tutto e su alcuni prodotti si lavora protetti da teli scuri. Una luce rossa, come quelle usate negli studi di registrazione, avverte quando è vietato l’accesso a chi non fa parte del progetto.

Il risultato, come ha raccontato Edward Eigerman, un ex ingegnere della Apple, è che quando Jobs fa una presentazione buona parte dei suoi dipendenti sono colti di sorpresa. «Ero presente al lancio dell’iPod – ricorda Eigerman – e nessuno di quelli con cui lavoravo si aspettava un prodotto del genere».

A Cupertino talvolta vengono convocati meeting interni in cui i dirigenti comunicano volutamente informazioni non corrette su prodotti in via di sviluppo: se escono su un giornale, parte la caccia a chi ha parlato. «Apple è organizzata con un tipo di cultura (qualcuno la definirebbe culto) di omertà aziendale», ha scritto David Carr, l’esperto di media del «New York Times». Che non intendeva fare una critica negativa: da giorni confessa di essere «eccitato come un bambino» in attesa della presentazione e ritiene Apple un modello da imitare per tutti.

Quando si tratta di mantenere il riserbo assoluto, come è accaduto sulle condizioni di salute di Jobs (sottoposto a trapianto di fegato), Cupertino è impenetrabile. Ma da navigati esperti dei media, gli uomini Apple non disdegnano di far trapelare informazioni mirate. «Il metodo – ha scritto su “The Mac Observer” John Martellaro, un ex addetto al marketing di Apple – consiste nel cercare il giornalista giusto, chiaccherare in modo in apparenza innocente e lasciare uscire quasi per caso un’informazione. Solo colloqui a voce, niente email».

L’effetto finale di questa vocazione alla segretezza è la creazione di aspettative smisurate, testimoniate dalle parole scelte dal «Los Angeles Times» per presentare l’evento di oggi: «È dai tempi biblici che non c’era tanta attesa per l’arrivo di una tavoletta».

La storia del Tablet (a fumetti…)

Domani lo presentano, ma il Tablet della Apple è cominciato a nascere nel 1888. Ecco come (via Lalawag, che ha un’immagine ancora più grande)

Steve Jobs, il nuovo Gutenberg?

L’atmosfera l’ha descritta bene, con una sparata, il Los Angeles Times: "E’ dai tempi biblici che non c’è un’attesa del genere per la presentazione di una tavoletta". L’ironia rende l’idea di cosa bolle in pentola in questi giorni nel mondo editoriale (americano e non), in vista della presentazione mercoledì  della misteriosa "tablet" della Apple. I media sperano che si tratti dell’arrivo del tanto atteso oggetto che trasformi in una realtà redditizia i concetti dell’editoria elettronica e della lettura del giornale in formato digitale.

Sarebbe un toccasana per il mondo editoriale, alle prese con una rivoluzione che mette in discussione modelli di business che rischiano di venir spazzati via dall’era del web. E Steve Jobs assume così sempre più il ruolo di profeta, se non di nuovo Gutenberg. Una veste che il patron della Apple non sembra disdegnare, se è vero che sogna di "salvare il giornalismo" come, a suo avviso, ha già fatto con l’industria discografica. L’attesa adesso è per capire se il nuovo oggetto, che pare riproponga su uno schermo touchscreen da 10 pollici le meraviglie dell’iPhone e dell’iPod Touch, riuscirà a fare il bis di quello che l’iPod è stato per la musica.

A giudicare dalla mobilitazione in corso, i media Usa ci credono. Secondo indiscrezioni, da settimane un team del New York Times si è installato nella sede della Apple a Cupertino, per mettere a punto un prodotto che "sposi" il quotidiano con la nuova tavoletta: l’annuncio dei giorni scorsi che il giornale di New York ha scelto la strada delle notizie a pagamento online, respingendo la filosofia del "tutto free", rientra in questa strategia. Anche gruppi editoriali come CondéNast e HarperCollins sono al lavoro per proporre i loro magazine in versione digitale sul nuovo giocattolo di Jobs (il primo a debuttare dovrebbe essere "GQ"). E in casa TimeMagazine sanno sicuramente qualcosa sul prodotto che sta per uscire, se hanno messo a punto questa presentazione su YouTube di come sarà la versione Tablet di Sports Illustrated:

Più in generale, si assiste a un cambio di scenario interessante tra i colossi americani. Apple fino a poco tempo fa era percepita come l’azienda "buona" insieme a Google contro i "cattivi" di Microsoft e anche contro i vecchi padroni del vapore, fossero quelli dell’industria discografica o editoriale. Il modello Google, però, impone di creare nuovi contenuti fatti su misura per il web, grauiti, e che minacciano di sgretolare interi settori industriali. Apple invece sta offrendo le piattaforme per proporre contenuti già consolidati (musica, giornali, libri) in versione digitale, preservando il valore della proprietà intellettuale e della creatività che li caratterizzano.

Ecco così che nascono nuove alleanze, con Apple per esempio che chiama Microsoft a installare il suo motore di ricerca (Bing) sulla nuova tavoletta, sfidando Google.
Anche i concetti di "buono" e "cattivo" stanno cambiando, nell’era della rivoluzione digitale. 

Il tassametro del New York Times

[HO APPROFONDITO IL TEMA OGGI SU LA STAMPA, QUELLA "DI CARTA": VI ASPETTO IN EDICOLA...]

Non è il primo e non sarà l’ultimo, ma di sicuro è quello che farà più tendenza, visto il peso della testata: confermando le indiscrezioni dei giorni scorsi, il New York Times ha annunciato l’abbandono della formula "tutto gratis" sul web.
 
Il quotidiano americano farà le cose con calma, senza accelerazioni. L’editore Arthur Sulzberger Jr ha spiegato che la nuova formula non entrerà in vigore fino al gennaio 2011. Ma il segnale è molto forte. Da mesi tutto il mondo dei media attendeva di sapere cosa avrebbe fatto il New York Times, in uno scenario in cui le edizioni cartacee sono in crisi e la pubblicità non basta più come base per un serio modello di business dell’informazione.

La scelta del NYT è stata quella del "tassametro": chi trascorrerà molto tempo sul sito o sulle altre versioni digitali del quotidiano (per esempio, quelle su iPhone), dopo un po’ vedrà arrivare la richiesta di pagare per poter proseguire. Ogni mese i lettori avranno un certo numero di articoli a disposizione per la consultazione gratuita, prima che scatti la richiesta di pagare una tariffa fissa per avere l’accesso a tutto il resto dei contenuti. E’ un modello già sperimentato dal Financial Times, che si differenzia da quello ad abbonamento fisso adottato per esempio dal Wall Street Journal.

Di prezzi per ora non si parla, e i dettagli sono scarsi. Ma Sulzberger ha spiegato che l’annuncio "ci permette di cominciare il cammino di riflessione che ci deve portare a rispondere alle tante domande che ci stanno così a cuore: non possiamo azzeccare la mossa solo per metà o tre quarti, dobbiamo compiere un passo che sia assolutamente quello giusto". In gioco c’è il futuro stesso del giornale e, forse, più in generale, il futuro di tutti i giornali. 

Il New York Times online presto a pagamento

Questione di poco, e il sito web del New York Times non sarà più completamente gratuito. Da tempo nel mondo dei media americani c’è attesa per le mosse della testata più importanta del Paese, e adesso l’editore Arthur Sulzberger JR. (foto) appare pronto a fare l’annuncio.
La linea che sceglierà il NY Times è destinata a influenzare in modo significativo l’intero mondo dell’informazione, negli Usa e oltre.

Secondo le indiscrezioni, in questi mesi i responsabili del giornale hanno studiato due opzioni di fondo. La prima è quella che ha scelto di perseguire il Wall Street Journal, ed è basata sul concetto del pay wall, il "muro" che protegge buona parte dei contenuti disponibili sul web o sulle altre piattaforme mobili (come l’iPhone), che può essere oltrepassato solo con forme di abbonamento. La seconda è quella del Financial Times del metered system: puoi leggere un certo numero di articoli gratis, prima che ti venga chiesto di pagare per andare oltre.

Sembra che la scelta del NYT sia andata in quest’ultima direzione, ma resta da vedere che tipo di soluzioni siano state scelte per rendere "appetibili" i contenuti digitali.

Haiti e il “citizen journalism”

Leggendo le testimonianze sul terribile terremoto ad Haiti che arrivano in questi giorni dagli operatori delle Ong, o l’ondata di informazioni disponibili su Twitter, uno può avere la tentazione di dar ragione a quelli che sostengono che il giornalismo fatto dai professionisti sia finito.
A che servono giornali e Tg, quando sono disponibili – gratuitamente – questi flussi continui di voci che arrivano direttamente dall’epicentro della tragedia? Sembra il trionfo del "citizen journalism" e la conferma che chi fa giornalismo di lavoro avrà d’ora in poi il compito di fare solo l’ "organizzatore di comunità", cioè mettere solo un po’ d’ordine nel caos delle informazioni offerte dai social network. Niente di più. Ammesso che ci sia chi è disponibile a pagare per il prodotto finito di questo lavoro di "messa in ordine".

Poi però uno legge i reportage da Haiti del mio collega a La Stampa, Maurizio Molinari, lo straordinario racconto di come è arrivato nell’inferno di Port-au-Prince, o di come gira nelle strade senza legge della capitale sul sellino della moto di un quattordicenne locale, sfidando gang armate di machete, e d’un tratto torna a essere chiaro che il giornalismo è tutt’altro che al capolinea.

Può suonare fuori luogo e poco delicato parlare del futuro dell’informazione in un momento in cui c’è una tragedia immane in corso. Ma purtroppo sono proprio queste le circostanze in cui occorre farlo.
Con buona pace degli amici che vivrebbero solo di blog e Twitter, i giornali di questi giorni sono un esempio di come il metodo di racconto della realtà sviluppato dai media negli ultimi 200 anni sia tutt’altro che superato. Le immagini amatoriali della tragedia scattate dalla gente comune con i telefonini sono grandi testimonianze. Ma le foto terribili e potenti che i fotografi delle grandi agenzia internazionali stanno mandando da Haiti sono veri e propri pezzi di Storia raccontati mentre avviene.

Stiamo attenti a non cedere alla tentazione di pensare di poter fare a meno di questa modalità di fare giornalismo: sarebbe una perdita per tutti. Nessuno si farebbe operare d’appendicite da un "cittadino chirurgo", o difendere in un processo da un "cittadino avvocato". Il contributo dei "cittadini giornalisti" è decisivo nell’era digitale, ma la realtà ha ancora bisogno di essere raccontata da chi fa, del giornalismo, una professione.

(So che ci sarà chi mi accusa di difendere  la corporazione: è una critica leggitima, e per approfondirla rimando tutti al dibattito su www.verita aperto nei giorni scorsi da Riotta)

Il caso Google: la Cina ha tutto da perdere

Una prima lettura del caso Google, cioè la sfida del colosso di Mountain View alla censura imposta dalla Cina e la conseguente minaccia di lasciare il paese, può far pensare che a rimetterci sia solo la società americana. Dopotutto, la fetta maggiore del mercato dei motori di ricerca in Cina è nelle mani di Baidu, una società locale ligia ai voleri del governo: sparita Google, è il ragionamento, Baidu potrà finalmente agire da monopolista.

Ma è un bene per l’economia cinese?

Una dopo l’altra, le società che in questi anni stanno scrivendo la storia dell’innovazione negli Usa si ritirano scottate da Pechino o ridimensionano le loro attività. E’ toccato a eBay e Amazon, e sulla stessa rotta sono Yahoo! e la stessa Apple (che per ora però ha accettato le censure sull’iPhone). Adesso Google minaccia di rompere, dopo che hackers di provenienza cinese sono andati a frugare tra i "gioielli di famiglia" della società californiana, violandone le barriere di sicurezza e cercando informazioni nelle email di attivisti cinesi per i diritti umani. "Se questo è il prezzo da pagare, non ci stiamo più", ha tuonato Google. Subito appoggiata dall’amministrazione Obama, con Hillary Clinton che pretende spiegazioni ufficiali da Pechino e il presidente che ricorda di essere un sostenitore "della libertà su Internet".

Come ha sottolineato l’analista Anne Stevenson Yang, della società Wedge Mki, la mossa di Google "potrebbe essere l’epitaffio per la presenza online americana nel Paese".
Un altro analista cinese, Yu Yang, ha posto l’accento sul fatto che gli utenti locali non hanno di che gioire: "L’intero settore peggiorerà e Baidu, senza un avversario, perderà la motivazione a innovare". E’ anche per questo che decine di giovani hanno inscenato veglie con candele e fiori di fronte alla sede di Google a Pechino, esortandola a non andarsene.

E’ uno scontro importante, perché va al cuore del "problema cinese": l’Occidente non può permettersi di non fare i conti con il mercato più vasto del mondo, ma a che prezzo? Come ha affermato il celebre dissidente cinese Wei Jingsheng, commentando la vicenda Google: "Ci sono società occidentali che hanno pensato che facendo compromessi con il regime comunista avrebbero potuto fare affari in pace. Ma è impossibile, perché il governo cinese è insaziabile".

Lezioni di giornalismo da Cormac e Flannery

Uno dei miei scrittori americani preferiti ha appena citato, in un’intervista (pdf), una delle mie scrittrici americane preferite, e ho pensato di segnalarvelo. Lui è Cormac McCarthy, lei è Flannery O’Connor.
Mi direte: 1) "Chissenefrega" (e a questo posso rispondere poco); 2) "Ma questo è un blog dedicato al futuro del giornalismo nell’era digitale, che c’entrano McCarthy e la O’Connor?" C’entrano.

Il futuro del giornalismo, anche nello scenario digitale, è legato alla sua capacità di mantenersi rilevante, credibile, serio, creativo, autorevole. Per farlo, occorrono giornalisti preparati. Come in tutti i settori, l’educazione è la risorsa più grande. E leggere qualche grande libro, in questo senso, aiuta.
Ho giovani amici che, sapendo che ho trascorso nove anni a lavorare negli Usa, mi chiedono cosa occorre leggere per prepararsi ad andare a fare uno stage o altro in America. Le risposte potrebbero essere svariate. Io però suggerisco di cominciare dalla grande letteratura americana. E nell’elenco inevitabilmente inserisco McCarthy e la O’Connor.

Se non avete letto La Strada, leggetelo (se siete in grado di farlo in inglese, meglio). Se non avete visto il film che ne hanno tratto, guardatelo: non è bello come il libro, ma vale la pena. Visto che in Italia pare che non lo vogliano distribuire, scaricatelo da qualche parte sul web (si trova, si trova…).  Se non avete mai sentito parlare di Flannery O’Connor, cercatela in libreria.

Ecco due passaggi interessanti dell’intervista di McCarthy. Si possono condividere o meno, ma hanno il pregio di far riflettere:

“Non mi interessa scrivere storie brevi. Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena”.

“Il giorno più impegnato [per uno scrittore] può essere quello in cui te ne stai a guardare delle formiche che trasportano briciole di pane. Qualcuno ha chiesto a Flannery O’Connor perché aveva fatto la scrittrice, e lei ha detto: ‘Perché ero brava a farlo’. E secondo me questa è la risposta giusta. Se sei bravo a fare qualcosa, è molto difficile non farla”.

La redazione? E’ all’università

Si parla molto della necessità che i giornali si aprano di più al contributo di chi sta fuori dalle loro redazioni. Sono convinto che sia una strada necessaria, nell’epoca in cui nuove parole chiave introdotte dal web caratterizzano il futuro del giornalismo: comunità, condivisione e conversazione.  Il problema resta quello di come far diventare realtà questo auspicio di una maggiore collaborazione tra giornalisti professionisti ed esterni.
 
Il New York Times, impegnato in questi tempi di crisi a sperimentare tutto il possibile, prova con una formula intermedia. Tempo fa aveva lanciato un blog, The Local, che si occupa della vita quotidiana in un paio di quartieri di Brooklyn. Il blog è un successo, ma il giornale è a corto di mezzi per gestirlo. Ecco allora l’idea di affidarlo in "appalto" agli studenti di giornalismo della CUNY (City University of New York): gestire il blog farà parte d’ora in poi del loro curriculum universitario. The Local continuerà ad essere parte del New York Times a tutti gli effetti, avrà una supervisione da parte dei giornalisti del quotidiano, ma in larga parte si muoverà autonomamente, coltivato nel campus universitario. Un esperimento interessante da seguire, in quest’epoca di tumultosi cambiamenti nei media americani ed europei.

Google non comprerà il NYTimes (e altre previsioni di Harvard)

Come nel 2009, anche nel 2010 Google continuerà a essere il gigante con il quale i giornali dovranno fare i conti nel programmare il loro futuro. Ma come nell’anno appena finito, anche quello che inizia non vedrà la società di Mountain View entrare direttamente nel mondo dei media, magari comprando una testata prestigiosa.
E’ una delle tante previsioni per il 2010 formulate da Martin Langeveld del Nieman Journalism Lab, il laboratorio di Harvard dove si cerca di capire che strada prenderà l’informazione negli anni a venire.  Lo scorso anno Langeveld aveva azzeccato diversi trend, quindi vale la pena quantomeno ascoltarlo.

Ecco qualche indicazione:
- I profitti trimestrali dei quotidiani americani continueranno ad essere in rosso, ma andranno progressivamente migliorando, dopo il disastroso -28% del terzo trimestre del 2009 (il quarto dovrebbe essere andato un po’ meglio). Langeveld prevede questi numeri: -11%, -10%, -6% e -2%. Fa comunque una certa impressione vedere che il segno "meno" non sparirà…
- I profitti online dei quotidiano invece miglioreranno.
- La circolazione, sempre per quanto riguarda gli americani, calerà ulteriormente, ma aumenteranno i profitti della vendita in abbonamento o in edicola, perché aumenteranno i prezzi. Meno giornali insomma, ma più costosi, per un pubblico ridimensionato ma altamente interessato all’informazione di qualità e agli approfondimenti.
- Chiusure di redazioni e fusioni proseguiranno.
- Nonostante il 2009 sia stato ricco di discussioni sull’avvento o meno delle news a pagamento online, alla fine del 2010 l’informazione  sul web sarà ancora in gran parte gratuita.
- Decollerà, con modalità ancora da scoprire, il "matrimonio" tra giornalismo tradizionale e nuove piattaforme: "tavolette" elettroniche, lettori, applicativi per iPhone e via dicendo.

A fine anno ne riparliamo…

L’uomo dell’inchiostro elettronico

Gli analisti prevedono che nel 2010 le vendite delle attuali versioni di lettori di libri elettronici come il Kindle di Amazon o il Sony Reader raggiungeranno quota 10 milioni, raddoppiando quelle del 2009. Se è vero, a fine anno il signor Scott Liu sarà un uomo molto felice. E molto più ricco. L’imprenditore taiwanese è il presidente di Prime View International, una società che ha investito negli anni circa un miliardo di dollari nello sviluppo della tecnologia dell’ "inchiostro elettronico". E oggi produce oltre due terzi dei minischermi esistenti al mondo che permettono di sfogliare un libro elettronico mantenendo la sensazione visiva della carta (manca il profumo del libro appena acquistato o di quello invecchiato sugli scaffali, ma ci stanno lavorando…).

Quando la sua società alla fine degli anni Novanta mise a punto la nuova tecnologia, ha confessato Liu, ebbe la tentazione di distruggerla. Perché era anche la proprietaria del maggior gruppo cartario del paese e temeva che sviluppare  l’inchiostro elettronico fosse suicida. Invece ha deciso di andare avanti e ora spera che sia arrivato il momento del boom che premierà i suoi sforzi.

Il problema del signor Liu, però, è che non è per niente scontato che e-reader come il Kindle diventino lo standard che segnerà le nostre abitudini di lettura nei prossimi decenni. Ci sono molti concorrenti, primi tra tutti l’ancora misteriosa "tavoletta" della Apple o gli smartphone in continua evoluzione.

E anche la vecchia carta, quella con l’inchiostro vero (e il profumo), non sembra per niente intenzionata ad andare in pensione.