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Dall’iPad una mano ai giornali

Christian Rocca su Il Sole 24 Ore:

Non è ancora detto che l’iPad riesca a salvare l’industria editoriale. È troppo presto per dirlo. Il grande battage pubblicitario non illuda. Un vero modello di business ancora non c’è. Ma se la diffusione delle tavolette di Steve Jobs, più le altre che stanno uscendo sul mercato assieme ai nuovi software di Google, continuerà ai ritmi di questi mesi, le versioni digitali delle riviste e dei magazine potrebbero far guadagnare al mondo dell’editoria americana più di un miliardo di dollari da qui al 2014. A prevederlo è un paper della Oliver Wyman commissionato da Next Issue Media, il consorzio editoriale di Condé Nast, Hearst, gruppo Time, Meredith e News Corporation di Rupert Murdoch, nato per esplorare le opportunità, i mercati e le ipotesi commerciali che il futuro digitale offrirà a editori, pubblicitari e consumatori.

I magazine digitali per iPad e strumenti simili, si legge nel documento, genereranno 3 miliardi di dollari tra incremento della pubblicità e aumento della diffusione. Tenendo conto della conseguente erosione delle copie fisiche e del calo della pubblicità su carta, la simulazione della Oliver Wyman prevede incremento dei ricavi per l’industria editoriale di 1,3 miliardi. Un aumento non ancora sufficiente a salvare l’industria dei media, se si considera, come ha segnalato il Wall Street Journal, che soltanto il gruppo Time nell’ultimo trimestre ha generato ricavi per 900 milioni di dollari. Resta però una buona notizia, assieme a molte altre contenute nel paper cui è stato dato il titolo Un futuro digitale per gli editori?.

Lo studio dice che «i risultati sono incoraggianti» e spiega che è possibile invertire la tendenza negativa ed evitare la fine della carta stampata. Fra l’altro non tiene conto dei giornali creati per solo iPad, come quello annunciato per fine anno da Murdoch mettendo insieme New York Post e Dow Jones.
Il paper sostiene che i lettori sono pronti a pagare per riviste che siano davvero interattive. Nella versione digitale non cercano sconti. Pagherebbero su iPad esattamente lo stesso prezzo della rivista su carta, al contrario di chi invece compra la musica su iTunes a un prezzo più basso. Il lettore di riviste, continua la ricerca, è anche attratto dal pacchetto cartaceo-digitale. Considera un valore aggiunto poter disporre sia dell’edizione stampata sia di quella interattiva digitale. Sono strumenti complementari. E ciò giustifica un prezzo più alto per il pacchetto, rispetto alle sole edizioni cartacee o digitali.

Chi è già abbonato a una rivista, si legge nella ricerca condotta su 1.800 persone, è affezionato alla sua copia cartacea e tendenzialmente la manterrebbe, da sola o in aggiunta all’offerta digitale. Il tasso di rinnovo dell’abbonamento, in presenza di un’offerta digitale, aumenta del 9% rispetto al mondo di sola carta. I nuovi abbonati, invece, sono attratti dall’interattività e per le copie digitali non hanno problemi a pagare la stessa cifra degli abbonamenti cartacei.
Altre buone notizie: l’interesse per le pubblicazioni interattive non è limitato ai consumatori più giovani, ma a tutte le fasce d’età e senza distinzione di genere; l’attenzione per l’informazione digitale, inoltre, abbraccia tutte le categorie, dalle notizie allo sport, dal gossip alla cultura.

iTunes e Amazon, con i 165 e i 65 milioni di account legati a una carta di credito, hanno abituato i consumatori a pagare in automatico per i servizi e i prodotti richiesti. Questo modello di pagamento, si legge nel paper, garantisce una percentuale più alta dei rinnovi di abbonamento. Il formato interattivo, infine, consente strategie di marketing più aggressive per proporre ai lettori altri prodotti editoriali.
L’impatto di tutti questi elementi, rispetto al mondo di sola carta, potrebbe aumentare le vendite del 50% tra i possessori di iPad, Kindle e Smartphone attualmente abbonati a qualche rivista, e addirittura del 200% tra chi non è abbonato a nessun giornale cartaceo. La situazione potrebbe essere anche migliore se nei prossimi mesi la tecnologia migliorerà e produrrà nuovi strumenti più veloci e meno costosi.

La chiave però resta il prodotto, la capacità delle aziende editoriali di trasformarsi, di riorganizzare il lavoro redazionale, di mettersi in discussione. La semplice riproduzione della rivista cartacea in formato digitale o la riproposizione web del prodotto fisico non ha futuro. Non è quella strada. I giornali su iPad dovranno essere interattivi. I testi dovranno essere reimpaginati per il nuovo strumento. I layout dovranno adeguarsi alle dimensioni e alle capacità delle tavolette. Lo sfoglio su iPad è un’esperienza diversa dallo sfoglio cartaceo.
L’uso dei contenuti video, i collegamenti alla rete e la personalizzazione delle notizie dovranno fornire sul serio quel qualcosa in più rispetto alla più limitata lettura su carta. I giornali dovranno ripensare le redazioni, i software, le strutture per ottimizzare i costi della produzione simultanea del prodotto cartaceo e digitale.

Lo studio suggerisce agli editori di puntare su periodi di prova gratuita, sullo sviluppo di nuove forme di abbonamento e d’impegnarsi a costruire, sul modello iTunes o Kindle store, una piattaforma comune che offra il più vasto assortimento di titoli. Il consiglio agli editori è di mettersi insieme, stringere accordi, scambiarsi le informazioni sui clienti. Le alleanze dovrebbero essere estese anche ai produttori dei lettori digitali, perché la presenza di un’edicola virtuale integrata allo strumento, come iTunes e Kindle, fa aumentare le vendite del 6-8 per cento. Il futuro, conclude lo studio, prevede anche una diversa metrica pubblicitaria, con una transizione soft dal modello pay-per-click a quello più tradizionale del conteggio del numero dei lettori.

Il NYTimes pronto al web a pagamento

Emanuele Riccardi sull’ANSA:

Sulle orme del Wall Street Journal negli Usa, del Financial Times e del Times in Gran Bretagna, il New York Times si prepara a fare pagare l’anno prossimo l’accesso al suo sito internet. Lo scrive lo stesso Ny Times, in un trafiletto quasi nascosto delle sue pagine economiche, e senza dare quasi nessun elemento.

Il web a pagamento, scrive il quotidiano, è per «l’inizio dell’anno prossimo» e la Vecchia Signora in Grigio (come il Nyt viene affettuosamente chiamato negli Usa) «non ha ancora messo a punto un programma di prezzi e non ha detto quanti articoli i lettori online saranno autorizzati a consultare prima che venga richiesto loro di pagare».

L’unico elemento di certezza è che il gruppo ha avviato oggi una sperimentazione concreta. Uno dei piccoli quotidiani della The New York Times Company, il Telegram & Gazette di Worcester in Massachusetts, ha iniziato a far pagare alcuni degli articoli di cronaca locale sul suo sito web. I primi 10 articoli del mese si possono leggere gratis, e poi scatta il tassametro: 14,95 dollari al mese di abbonamento, oppure un pass
quotidiano da un dollaro.

Si tratta quindi di un modello simile a quello del Financial Times, che offre gratuitamente una serie di articoli ogni mese, prima di chiedere ai lettori del web di abbonarsi se vogliono continuare a leggere senza restrizioni la “bibbia” economica britannica o la sua edizione statunitense.

Il Wall Street Journal appartiene a Rupert Murdoch, che possiede anche il britannico The Times ed è uno strenuo difensore sin dagli inizi del web a pagamento, oltre a lottare contro gli aggregatori di notizie che a suo avviso sono veri e propri pirati che rubano le informazioni senza spendere una lira. Il Wsj sta andando bene, e Murdoch si appresta anche a far pagare ai suoi abbonati cartacei e web il quotidiano economico sull’iPad, probabilmente ad un prezzo di favore. Sia Wsj sia Ft hanno messo a punto quelli che generalmente vengono considerati i migliori quotidiani per il tablet della Apple. Se funziona negli Usa, la filosofia Murdoch sembra però aver dato, almeno finora, pessimi risultati in Gran Bretagna, dove i contatti sul sito di The Times sarebbero drasticamente diminuiti da quando occorre pagare per leggere le ultime notizie del prestigioso quotidiano conservatore.

Il web è morto?

Dal Corriere della Sera:

Tramonta l’era del Libero Web
La svolta americana che fa vacillare il mito del «tutto gratis»
Chris Anderson di «Wired» si prepara a lanciare il dibattito

di MASSIMO GAGGI
NEW YORK – È solo un’indiscrezione che la rivista si rifiuta di confermare, ma la voce che «Wired» stia preparando un servizio di copertina dal titolo «Il Web è morto?» sta già suscitando polemiche furiose tra i blogger delle tecnologie digitali. Che un magazine considerato a lungo l’organo di riferimento degli ideologi dell’utopia digitale possa mettere in discussione il futuro della Rete ha già di per sé un sapore blasfemo. Se a questo si aggiunge che autore dell’articolo sarebbe lo stesso direttore Chris Anderson, che decreterebbe il tramonto dell’informazione offerta nella prateria gratuita e indifferenziata del Web, a favore di quella più definita (e pagata) delle applicazioni per piattaforme mobili (telefoni smart, lettori elettronici come l’iPad), lo sconcerto diventa totale. Nell’ultimo libro, Free, (Gratis, nell’edizione italiana pubblicata da Rizzoli), Anderson – assurto allo status di guru con la sua teoria della «coda lunga» – aveva infatti esaltato la totale disponibilità e gratuità dell’informazione che circola liberamente in rete, immaginandola anche come la base di nuovi modelli di business per le imprese innovative. Per i più maligni è facile collegare, ora, il cambiamento di rotta del direttore di «Wired» all’interesse dell’editore della rivista, Condé Nast, a puntare sulla nuova, redditizia, applicazione del magazine, rispetto alla versione gratuita online.

Per adesso può sembrare una discussione costruita sulle nuvole, visto che «Wired» si è chiusa a riccio e che i titoli iperbolici spesso fanno tendenza e donano celebrità (vedi La fine della storia di Fukuyama), ma spesso hanno poca sostanza. Proprio «Wired» ne sa qualcosa, visto l’incidente di 13 anni fa, quando (in era pre Anderson) pubblicò l’infelice titolo di copertina «Dite addio al vostro browser». In realtà, depurato della terminologia a effetto (il Web non scomparirà affatto), il tema c’è tutto, visto che effettivamente il nuovo mondo delle applicazioni (soprattutto della Apple, ma non solo) sta cambiando le regole del gioco: come ha notato fa Michael Hirschorn in un’analisi appena pubblicata dal mensile «Atlantic», l’era dell’egemonia assoluta del web browser sta finendo. Gli utenti, che su Internet e sul pc sono abituati a ottenere tutto gratis, si stanno dimostrando disponibili a pagare per contenuti di qualità offerti su piattaforme mobili. È la strada che stanno sperimentando, ad esempio, i quotidiani – a cominciare proprio dal «Corriere della Sera» – con le loro versioni disponibili su iPad o smartphone.

Tutto questo non è destinato a far svanire la rete, così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 15 anni, ma certamente la impoverirà (nel senso che molti contenuti di qualità non transiteranno più per il Web), la renderà uno strumento caratterizzato da un grado crescente di obsolescenza. Tutto ciò fa gridare al tradimento chi aveva scolpito nel marmo i proclami degli anni Ottanta di quanti sostenevano che «l’informazione deve essere gratuita oltre che libera». Le indiscrezioni filtrate da «Wired» meritano attenzione, perché vengono da una fortezza che ha fin qui issato con orgoglio quella bandiera ideologica, anche se da tempo molti si chiedevano come fosse possibile tenere insieme l’impresa cartacea della rivista, con l’elevato volume di vendite in edicola, ma anche il crollo delle entrate pubblicitarie negli anni della recessione, con l’attività del sito Internet gratuito. Una risposta l’abbiamo già perché, se le notizie sulla prossima cover story sono per ora delle ipotesi, sappiamo per certo che nei mesi scorsi nel gruppo è scoppiato un non troppo sotterraneo conflitto tra sito e rivista «fisica». Con Chris Anderson che, dismessi i panni del guru, è stato costretto a indossare quelli del pompiere.

Ma poi, durante una conferenza nell’istituto di tecnologia dell’Università di Rochester, il direttore di «Wired» ha dato una spiegazione della scelta di immettere nel sito Web solo una parte molto limitata dei contenuti della rivista, che va molto al di là delle motivazioni economiche. In sostanza, oltre che al problema del «pagamento delle news», Anderson ha fatto riferimento alla difficoltà, per l’utente della rete, di leggere su uno schermo, e con la distrazione continua dei link, i lunghi e approfonditi articoli – spesso di molte pagine – che compaiono sulla rivista. Articoli molto più facilmente fruibili nel contesto meglio delimitato (e ben pagato) delle applicazioni. Insomma, anche i profeti del Web cominciano a riconoscere che esiste un problema di capacità di concentrazione: non aveva torto Nicholas Carr quando, in piena solitudine e, anzi, subissato da critiche assordanti, parlava del rischio di una superficialità da sovraesposizione a Internet: un tema al quale lo studioso ha appena dedicato il suo nuovo libro, The Shallows, pubblicato all’inizio di giugno.

Comunque, se è vero che i fattori culturali e psicologici cominciano ad avere una loro rilevanza nella revisione critica del ruolo del Web, la tendenza di fondo al suo progressivo ridimensionamento (o superamento) ha soprattutto un’origine economica: l’esplosione del nuovo mondo delle applicazioni. Migliaia di luoghi accoglienti, ma anche con le loro pareti ben delimitate, fioriti nel villaggio dell’application store della Apple, al quale ora si stanno aggiungendo il garage della Intel e le nuove iniziative di Google, Facebook e Samsung.

Quelli che “si sapeva già”

Ma tu pensa che perditempo, questi giornalisti americani. Ore, giorni, in alcuni casi mesi trascorsi a indagare, esaminare valanghe di documenti, analizzare con metodo informazioni provenienti da fonti diverse, per ricostruire la storia ancora non scritta degli eventi che hanno segnato il primo decennio del secolo. Uno sforzo enorme, eppure inutile: sono tutte cose che qui in Italia «si sapevano già».

Prendi, per esempio, quei distratti del «Washington Post». Gente che lavora per una testata che tra le altre cose ha all’attivo lo scandalo Watergate: due anni di inchiesta di Carl Bernstein e Bob Woodward (1972-1974) sfociati nelle uniche dimissioni di un presidente nella storia statunitense. Stavolta hanno dedicato altri due anni di lavoro di un team di reporter a ricostruire l’universo parallelo nato nel mondo dei servizi segreti americani sulla scia dell’11 settembre. Uno sforzo immane, per portare alla luce l’attività di 1.271 enti governativi e 1.931 società private, nelle quali lavorano 854.000 persone. Tutto ora documentato in un’inchiesta multimediale, Top Secret America, che costituisce una banca dati inestimabile di informazioni che resterà a disposizione gratuita di tutti sul web.

In apparenza, sembra una miniera che permetterà a un’intera generazione di storici e ricercatori di lavorare per anni, per aiutarci a capire meglio questo complesso inizio di millennio. In realtà, ci spiegano in questi giorni vari giornali italiani, il «Washington Post» ha sprecato tempo ed energie. Qui da noi era già «tutto noto, tutto risaputo». Roba vecchia, insomma.

Lo stesso vale per le 92.000 pagine di documenti «classificati» sulla guerra in Afghanistan ottenuti dal sito Wikileaks, che prima di pubblicarli sul web li ha fatti analizzare ai giornalisti di tre testate: l’americano «New York Times», il britannico «The Guardian» e il tedesco «Der Spiegel». Tutti giornali pieni di gente credulona e impreparata, che ha pensato di scovarvi elementi di riflessione non da poco. Rapporti inconfessabili tra i taleban e i servizi segreti del Pakistan (un paese che riceve miliardi di dollari di aiuti dagli Usa, proprio per combattere gli estremisti islamici). L’inaffidabilità dei droni, che si schiantano al suolo più spesso di quanto il Pentagono voglia ammettere. L’uso da parte dei guerriglieri dei missili da spalla Stinger ottenuti dagli americani negli anni Ottanta. Per non parlare delle centinaia di morti accidentali tra i civili, «danni collaterali» della guerra.

Ce n’è abbastanza per il Senato degli Stati Uniti – controllato dallo stesso partito del presidente Obama – per rimettere in discussione l’intera strategia della Casa Bianca in Afghanistan e tutto il capitolo dei rapporti tra Washington e Islamabad. Eppure anche questo, ci spiegano vari giornali di casa nostra, è aria fritta. Roba stranota. Solo quegli sprovveduti del «New York Times» o del «Guardian» possono prendere sul serio queste cose.

E allora forse occorre avvertire i nostri colleghi di Washington e New York, che ancora si sbattono per cercare di scavare dietro le guerre e andare oltre veline e briefing del Pentagono e del Dipartimento di Stato: la prossima volta, risparmiatevi lo sforzo. Basta un colpo di telefono a una qualsiasi redazione a Milano o a Roma, dove vi spiegheranno – ingenui che non siete altro – che è tutto «già visto e già detto».

Muri di cinta e campi da baseball

Da LA STAMPA di oggi:

I FRAGILI MURI ERETTI DA MURDOCH
di Marco Bardazzi

Rupert Murdoch negli ultimi tempi assomiglia a Ray Kinsella. Il geniale e discusso magnate dell’editoria ricorda l’agricoltore testardo dell’Iowa interpretato da Kevin Costner in «L’uomo dei sogni», un film degli Anni Ottanta molto amato dai manager americani.

Kinsella sfida tutto e tutti per realizzare un campo da baseball tra le coltivazioni di granturco,in mezzo al niente. Inevitabilmente viene preso per pazzo, ma in realtà segue gli ordini di una voce misteriosa che gli ripete: «Se lo costruisci, loro verranno». E alla fine «loro» arrivano: vecchi campioni di baseball ormai morti compaiono per miracolo sul diamante, e il pubblico accorre entusiasta.

Murdoch sembra agire seguendo a sua volta una qualche «voce» che gli suggerisce di costruire non campi da baseball, bensì muri virtuali a protezione delle notizie online dei suoi giornali. Ma un coro planetario da tempo gli ripete che sbaglia: «Se li costruisci, loro fuggiranno». È quello che ora sembra essere accaduto al sito del quotidiano britannico «The Times», uno dei gioielli del gruppo News Corp. di Murdoch. La versione su Internet del giornale londinese da alcune settimane è protetta da un «paywall», cioè richiede di pagare un abbonamento per consultare le notizie che le maggiori testate globali continuano a offrire gratis. Visto che i miracoli del cinema raramente si ripetono nella realtà, il pubblico ha reagito scappando. Secondo il rivale «Guardian», alzando il muro il giornale di Murdoch ha perso il 90% degli 1,2 milioni di visitatori al giorno che aveva.

I dati vanno presi con le molle. Un’analisi di Experian Hitwise ritiene che la perdita sia nell’ordine di un più fisiologico 66%, e alcune fonti parlano di 12.500 abbonamenti alla versione per la tavoletta iPad della Apple, che rappresenterebbero un buon risultato.

In attesa di cifre attendibili, il caso Murdoch offre spunti di riflessione agli editori alla prese con il calo delle entrate pubblicitarie e con la necessità di fare i conti con le sfide dell’era digitale. Il tycoon australiano ha avuto il merito negli ultimi anni di sollevare una riflessione globale sul valore dei contenuti giornalistici,ma spesso l’ha fatto con accenti ideologici, demonizzando presunti «nemici» come Google.

Murdoch ha aiutato a capire che scelte strategiche sbagliate compiute agli albori dell’era del web hanno fatto illudere che sia possibile offrire informazione online gratuita a tutti, mantenendo l’attuale modello di business dei media. Ma i conti non tornano più. I giornali rischiano di trovarsi nelle condizioni dell’industria discografica, che per frenare l’emorragia dei brani musicali diffusi gratis sulla Rete si è praticamente messa nelle mani di Steve Jobs e del suo sistema iPod/iTunes, rassegnandosi a guadagni ridotti.

Nell’epoca dei social network e della condivisione, alzare semplicemente muri non è la soluzione. Né può esserlo affidarsi completamente ai gioielli elettronici di Jobs. La sfida è più complessa. Richiede flessibilità, creatività e un lavoro comune con i protagonisti dell’era digitale come Google e Apple, così come con chiunque porti nuove idee. Occorre soprattutto una riflessione comune sul valore delle notizie: se l’informazione di qualità richiedesse di pagare una piccola «bolletta delle news», deve dimostrare di valere il prezzo. Solo in quel caso dopo aver costruito qualcosa «loro », i lettori,arriveranno invecedi fuggire.

Watergate 2.0

Se Carl Bernstein e Bob Woodward realizzassero oggi la loro celebre inchiesta sui segreti di Nixon, passata alla storia come scandalo Watergate, come la presenterebbe il Washington Post? Credo che sarebbe qualcosa di molto simile a Top Secret America, la maxi-inchiesta probabilmente da Pulitzer che il quotidiano della capitale statunitense ha lanciato oggi – con grande enfasi – contemporaneamente sulla versione cartacea, sul web, su Twitter e su Facebook

Due anni di lavoro di una squadra di reporter investigativi guidati da Dana Priest e William Arkin (i Bernstein/Woodward dei nostri giorni) hanno portato il Washington Post a ricostruire nei minimi dettagli l’universo parallelo creato dal governo federale in risposta agli attacchi dell’11 settembre 2001: una rete così vasta, mal organizzata e segreta che nessuno sa quanto costi, quanta gente ci lavori, quanti programmi esistano o quante agenzie facciano lo stesso lavoro.  I numeri sono da capogiro. Ogni giorno 854 mila persone (funzionari civili, militari, contractors privati), pari a una volta e mezzo la popolazione di Washington, si mettono al lavoro per qualcuna delle strutture di Top Secret America: 1.271 agenzie del governo e 1.931 società private che lavorano su programmi legati all’anti-terrorismo, la sicurezza nazionale e l’intelligence in circa 10 mila località d’America.

Sul giornale di carta per ora è uscita la prima di tre puntate, e ha subito scatenato un putiferio a Washington. In attesa delle prossime, è interessante navigare il sito speciale di Top Secret America. Provateci, visitando le varie sezioni, girando dentro i database e gli intrecci tra agenzie investigative, grandi aziende e politica.

La sensazione che ne ho ricavato io è di un lavoro che dimostra come il giornalismo investigativo sia tutt'altro che in crisi, nell'epoca del web 2.0: anzi, la multimedialità lo rende assai più interessante e incisivo. Ad essere in crisi sono i giornali e il modello di business che li sostiene. Inchieste come questa costano care, e  non è chiaro per quanto tempo ancora le grandi testate potranno permettersele. A giudicare dai risultati, speriamo a lungo.  

Time, Times e… New York Times

E’ un’estate di scelte importanti in molte redazioni che contano in giro per il mondo, soprattutto in quello anglosassone. Il Times di Londra, di proprietà di Rupert Murdoch, ha deciso di rischiare di perdere buona parte dei 20 milioni di visitatori mensili del proprio sito web e ha messo a pagamento tutta l’informazione online. E’ un passo decisivo nella strategia di Murdoch di lotta aperta al concetto di notizie gratis per tutti sulla Rete.

Il settimanale americano Time, da parte sua, ha appena intrapreso un cammino analogo. Gli articoli disponibili sull’edizione di carta e su quella per iPad, stanno pian piano sparendo dalla consultazione gratuita sul sito Time.com, in un tentativo di "rieducare" lettori abituati da oltre dieci anni a trovare tutto gratis, archivi compresi.

Sarà un cammino lungo, questo della riorganizzazione della distribuzione di notizie digitali. Da una quindicina d’anni su Internet è disponibile praticamente tutto a costo zero. Ma ora che l’informazione digitale è diventata un’avventura irrinunciabile anche per i giornali "di carta" (pena la scomparsa dal mercato), è tempo di inventare nuovi modelli di business basati sul concetto che il buon giornalismo ha un valore e non può essere distribuito tutto gratuitamente.  Un processo che non avverrà di certo dall’oggi al domani e potrebbe richiedere un altro decennio.

I colossi del settore si stanno muovendo, e faranno da apripista. Dopo Times e Time, c’è attesa per il New York Times, che ha promesso di metter fine entro gennaio 2011 alla propria linea del "tutto gratis" sul web. Sarà interessante vedere con quali modalità lo farà.

Lo so, lo so…

…quando uno mette in piedi un blog, poi dovrebbe curarlo e alimentarlo. In una parola: scriverci qualcosa sopra con regolarità. E invece queste pagine sono sterili da giorni. Eppure di cose da scrivere ce ne sarebbero tante, a partire dagli spunti e dalle idee che ho visto rilanciate dall’ottimo Luca De Biase e dai suoi intelligenti lettori, dopo il mio provocatorio Elogio dei professionisti.

Invece si batte la fiacca. Non è pigrizia estiva, anzi: è colpa del troppo lavoro nel mondo “reale”. Spero di tornare a farmi vivo presto.

Umori della gente, versione 2.0

Pochi minuti dopo il fischio finale di Slovacchia-Italia a Johannesburg, che ha decretato il mesto ritorno a casa degli azzurri, sui siti web delle principali testate italiane si è verificato un fenomeno che ormai è una consuetudine. Lo si potrebbe definire «Dite la vostra, versione 2.0». Forum, sondaggi e pagelle dei lettori hanno dato a tutti, a caldo, la possibilità di analizzare la partita o semplicemente di indignarsi. Iniziative subito prese d’assalto dal popolo della Rete, come era da prevedere in un Paese che, notoriamente, è abitato da milioni di aspiranti ct della Nazionale.

Lo sfogo collettivo post-Mondiale è l’ultimo esempio di una tendenza che caratterizza l’approccio alla Rete da parte dei giornali di tutto il mondo. L’era digitale permette di offrire ai lettori (ma definirli così è ormai riduttivo) la possibilità di partecipare sempre più al lavoro di racconto della realtà che viene fatto nelle redazioni. E le indicazioni che arrivano da questi strumenti interattivi aiutano a orientare non solo l’attività dei giornalisti – che hanno nuove possibilità di sondare gli umori della gente -, ma in alcuni casi anche quella dei governanti.

Un buon esempio l’ha offerto la BBC. Il governo Cameron ha appena presentato un piano di forti tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse, che fa discutere la Gran Bretagna. La Bbc, oltre a raccontarne i contenuti, ha pensato di chiedere a ciascun suddito di Sua Maestà di mettere a punto la propria manovra finanziaria, realizzando un «giochino» interattivo che permette di decidere dove e come risparmiare o quali tasse alzare (è in Rete qui).

Grande giornalismo

Sto leggendo Il Martirio di una Nazione, l’opera monumentale che Robert Fisk ha dedicato alle guerre in Libano. E’ sempre istruttivo – e affascinante, nonostante la crudezza di molte descrizioni di massacri – leggere le cronache e le analisi di uno dei più celebri inviati di guerra al mondo.

In un momento in cui i media mondiali sono costretti a tagliare uffici all’estero e missioni di inviati all’estero, c’è da chiedersi chi documenterà in futuro drammi e guerre planetarie con la cura, la passione e la competenza che Fisk e altri come lui dedicarono alla tragedia  libanese negli anni 70-80.

Riporto un brano dal libro (p.195), in cui Fisk, in modo quasi poetico, descrive lo spirito e il metodo con cui gli inviati di guerra si dedicavano al loro compito:

"Il nostro era una lavoro ‘da minatori’, come diceva spesso Douglas-Home (direttore del Times di Londra, il giornale di Fisk, Ndr), sempre a scavare con le nostre penne e i nostri taccuini, cercando un simbolo qui, una citazione là, parole in grado di catturare il sapore o il senso di un avvenimento, un piccolo diamante sepolto nelle profondità della montagna che potesse illuminare la storia che stavamo cercando di raccontare".

Elogio dei professionisti

Uno studio americano indica che il 52% dei bloggers statunitensi si ritengono "giornalisti". Un dato che a mio avviso testimonia un pregiudizio che esisteva prima del web e che la Rete tende ora a rinforzare: "Il giornalismo non è una vera e propria professione". (Un tempo si diceva: "Meglio fare i giornalisti che lavorare"). Avvocati, ingegneri, commercialisti: quelli sì che sono professionisti. Ma i giornalisti, no.  E quindi chiunque oggi mette in piedi un blog, è bravo a scrivere e viene seguito da un folto pubblico, ha tutto il diritto di ritenersi un giornalista. Giusto?

Sbagliato.

Provo a dire perché, a costo di farmi accusare di essere uno della "casta", corporativo e dinosauro tecnologico. Visto che sto scrivendo su un blog, è chiaro che non ce l’ho con lo strumento, né con i suoi protagonisti, i bloggers (che in realtà in un mondo di "tweets" e di aggiornamenti su Facebook sono una categoria sempre più difficile da definire). Credo però ci sia del vero negli allarmi lanciati di recente prima dal presidente americano Barack Obama e poi dal guru della Apple, Steve Jobs, che in sostanza suonavano così: "Non possiamo permetterci un mondo in cui il racconto della realtà sia affidato solo alla frammentazione (e spesso alla faziosità) dei blog".

Il fiorire dei blog è un arricchimento per tutti, perché offre la possibilità di una circolazione delle idee che prima non esisteva. L’errore, però, è ritenere che questa modalità di descrizione e analisi della realtà sia destinata a far diventare irrilevanti strumenti come i giornali, i radiogiornali, i Tg e tutti quei prodotti che sono l’opera di redazioni chiamiamole "tradizionali". Perché? Facciamo un semplice esempio.

Un chirurgo tempo fa ha fatto un viaggio in un paese africano poco visitato dai turisti. Al ritorno ha proposto al mio giornale, La Stampa, una serie di propri articoli, presentandoli come "reportage", e si è stupito che non siano stati pubblicati. Lo stupore è frutto di un ragionamento di questo tipo: "Sono stato in un Paese che voi non visitate quasi mai, sono una persona colta, vi mando le mie riflessioni, perché non le accettate?". Perché un reportage giornalistico sul quel paese prevede un "metodo" diverso, deve essere contestualizzato, va arricchito con testimonianze raccolte di prima mano, ha bisogno di un’analisi affidata a interviste a esperti. E’ il frutto dell’esperienza professionale di chi, prima di recarsi in quel paese africano, ne ha probabilmente visitati per anni altre decine ed è in grado di fare confronti e trarre giudizi credibili e autorevoli per chi legge. Dietro a un reportage ci sono professionalità, metodo e una serie di filtri e controlli da parte di una redazione che ha sviluppato – nel tempo – criteri di lavoro ben precisi.

Commentava il direttore della Stampa, Mario Calabresi, nel raccontare di recente in un convegno pubblico l’episodio del chirurgo: "Se io mi presentassi nella sua sala operatoria, con mascherina, camice e guanti sterili, e pretendessi di eseguire un’appendicite o un trapianto, mi lascerebbe operare?". Ovviamente no. E voi che leggete, non vi fareste mai operare da un chirurgo dilettante, né assistere in Tribunale da un avvocato dilettante. Non affidereste la costruzione di un palazzo a ingegneri e architetti "fai da te", né consegnereste la gestione delle vostre attività professionali a un commercialista "di strada".

Perché allora pensare che in un campo cruciale come l’informazione, dove sono in gioco le conoscenze che ci servono per fare scelte importanti nella nostra vita – per chi votare, come educare i figli, quali investimenti finanziari perseguire… – non ci sia un valore aggiunto offerto da chi raccoglie e presenta le "notizie" seguendo un metodo sviluppato nel corso di secoli? Basta un computer e una connessione a Internet per renderci giornalisti? Io non credo.

I rischi impliciti negli ammonimenti di Obama e Jobs sono enormi.

Prendete, per esempio, la vicenda dell’11 settembre 2001. Sui libri di testo di scuola dei nostri figli, l’attacco all’America viene oggi raccontato per quello che è stato: un atto di terrorismo da parte di un’organizzazione di estremisti islamici, guidata da Osama bin Laden. E’ la storia che hanno raccontato in questi anni tutti i maggiori quotidiani del mondo, dal New York Times al Times di Londra, da Le Monde a La Stampa. E’ la ricostruzione che emerge dall’analisi oggettiva degli elementi disponibili su quell’evento: applicando il metodo del giornalismo, in nove anni nessuna testata seria ha trovato elementi che mettessero in discussione questa realtà. Eppure, se prevalesse una logica della scelta dell’importanza delle "notizie" che si basa su algoritmi come quelli di Google, e se in questi anni si fosse sfaldato il mondo del giornalismo tradizionale, per lasciar spazio a milioni di altre voci frammentate, oggi sui libri di scuola dei nostri figli la narrativa di quegli eventi potrebbe essere assai diversa. Potrebbe prevedere tesi alternative del tipo: "Nessun aereo è mai caduto sul Pentagono", "Le Torri Gemelle si sono sbriciolate per esplosioni controllate", "Al Qaeda e bin Laden sono parte della Cia" e via dicendo. Avremmo, cioè, un’altra storia del mondo, un’altra narrativa – assai confusa – di cosa è avvenuto in questi anni.

Siamo sicuri che ci conviene?

Steve Jobs, l’iPad, i giornalisti e i blogger

DALL’ANSA:

No ad una nazione di blogger, sì ai giornalisti professionisti. Il numero uno della Apple, Steve Jobs, l’inventore dell’iPad, considera la nuova tavoletta magica uno dei mezzi indispensabili per rilanciare la stampa in difficoltà, se il mercato lo deciderà, puntando sui contenuti a pagamento. Alla Conferenza All Things Digital organizzata dal Wall Street Journal a Rancho Palos Verdes, a sud di Los Angeles, il futuro della stampa è stato uno degli argomenti affrontati in una lunga conversazione a tutto campo da Jobs.

Quando gli è stato chiesto se l’iPad risolverà i problemi dell’editoria, il numero uno della casa di Cupertino ha risposto: «Non voglio che ci trasformiamo in una nazione di blogger… Credo che abbiamo bisogno di controllo editoriale oggi più che mai. Qualsiasi cosa possiamo fare per aiutare i giornali a trovare nuove forme di espressione che li aiuterà ad essere pagati, sono a favore».

Jobs ha risposto a tutte le domande, chiarendo una serie di malintesi. Il numero uno del colosso di Cupertino ha negato che la Apple si stia preparando a lanciare il proprio motore di ricerca in risposta a Google, sempre più presente sul fronte dei browser, dei sistemi operativi e degli smartphone.
Le relazioni con il gruppo di Mountain View, uno degli alleati tradizionali della Apple, sono cambiate quando Google «ha deciso di mettersi in concorrenza con noi», ha spiegato Jobs, aggiungendo che sono prive di fondamento le voci secondo cui la Apple vuole togliere i servizi Google da iPhone e iPad. E comunque, ha puntualizzato il numero uno della mela morsicata, le ricerche su internet «non sono un settore che conosciamo bene» e a dir vero «non ce ne importa più di tanto».

Jobs è anche tornato su una delle accuse più frequenti di queste ultime settimane, e cioè di aver fatto l’errore di escludere il programma di animazione Flash della Adobe dall’ iPad. Il numero uno della Apple non ha cambiato linea, ribadendo l’intenzione di puntare sul nuovo programma HTML5, che a suo avviso rappresenterà il 50% circa delle animazioni, cioè il doppio rispetto alla quota di mercato attuale.
A Rancho Palos Verdes si è anche scoperto che nei laboratori dell’Apple l’iPad è nato prima dell’iPhone. Quando nel 2000 gli erano stati presentati i primi prototipi di tablet multi-touch Jobs ha pensato immediatamente al telefonino. «Ho pensato “Dio mio possiamo costruire un telefono cellulare”». Così fu, e l’iPad rimase in un cassetto fino al 2007.

Nell’intervista non sono mancati infine momenti umoristici, come quando Jobs ha giudicato assurdo che in base la capitalizzazione in Borsa la Apple abbia superato il colosso Microsoft.
Quando Steve Mossberg, lo specialista informatico del Wall Street Journal organizzatore della conferenza, ha tentato poi di capire meglio quali siano ora i rapporti tra Jobs e i dirigenti di Google chiedendogli «Com’è la vostra relazione, si sente tradito?», il numero uno di Cupertino ha ribattuto: «La mia vita sessuale e piuttosto buona di questi tempi. Com’è la tua Walt?».

Perdersi nella mappa della “subway”

Chi conosce un po’ New York, sa che la sua metropolitana – la mitica "subway" – è parte integrante della vita e del fascino della città americana. I newyorchesi sono un po’ fissati con la subway, la vivono e la raccontano in ogni suo dettaglio. E’ per questo che la pubblicazione di ogni nuova versione della mappa delle linee della metropolitana diventa un evento. Ed è inevitabile che il principale quotidiano cittadino, il New York Times, vi dedichi ampio spazio.


Era da qualche anno che la mappa non veniva aggiornata. Ora che è in arrivo l’ultima versione di quel pezzo di carta piegata che finirà nelle mani di milioni di persone, il NYT ha dimostrato una volta di più quali opportunità offre la multimedialità al giornalismo. In una pagina interattiva che mi ha catturato per oltre 10 minuti (un’eternità per il web…!), viene offerta la possibilità di confrontare le diverse mappe che si sono succedute nel corso degli anni, e di esplorarle nel dettaglio quartiere per quartiere. 

Si parte dalla vecchia mappa tutta lettere e numeri del 1968, per passare poi a quella che ha cambiato la storia della subway: la mappa disegnata nel 1972 da Massimo Vignelli, una vera e propria opera d’arte che ancora oggi è la base per il design del settore. 

Il giornalismo dell’era digitale si fa anche così: l’informazione che si sposa alla tecnologia e anche all’estetica.

La Stampa iPad, ferma il tempo e leggi il mondo

Un’anteprima

Fiumi d’inchiostro

E mentre siamo tutti qui a interrogarci sul futuro digitale dell’editoria, cosa ti combina Rupert Murdoch? Acquista nuove rotative e tonnellate d’inchiostro per avvolgere l’America dentro la vecchia, cara carta di giornale. Secondo anticipazioni che girano nel mondo dell’editoria, il Wall Street Journal di Murdoch si sta organizzando per dotarsi di impianti che permettano al giornale di stampare ben il 75% in più di pagine rispetto a quello che può fare oggi. 

L’obiettivo di Murdoch, secondo Alan Mutter, vecchia volpe del mondo dei media Usa, è lanciarsi a testa bassa nell’editoria locale, aprendo edizioni del WSJ in diverse città americane come già ha fatto a New York (dove ora è in diretta concorrenza con il NYT), per strappare pubblicità alle testate che oggi dominano i mercati locali. Il Journal sarà a breve in grado di stampare 56 pagine a colori, rispetto alle 32 odierne, rendendosi così più attraente per gli inserzionisti.

L’offensiva "vecchio stile" del magnate dell’editoria è un altro segnale che fa capire quanto siano complessi gli scenari di questa insolita era digitale che viviamo, fatta di iPad e fogli di carta.